Milano, metà anni Settanta. Nella zona della vecchia Fiera campionaria, tra officine, case di ringhiera e vialoni che odorano di benzina e nebbia, c’è uno scantinato che non dovrebbe esistere. O forse sì. Perché alcuni luoghi non vengono progettati: accadono. Nascono da un bisogno, da una scintilla, da un’umanità che cerca un rifugio dove sentirsi parte di qualcosa.
È qui, nel locale inagibile di un elettrauto, che prende vita uno dei club più improbabili e straordinari dello sport italiano: un rugby club che disputa esclusivamente il terzo tempo. Un terzo tempo liturgico e anarchico, improvvisato e rituale, messo in scena migliaia di volte nella cantina di Gabriele Cabrio, detto Lele, elettrauto ovale in tutti i sensi.
Un luogo che è mille luoghi
Quella cantina è un camaleonte: a seconda delle serate può essere circolo, dopolavoro, salotto, osteria, biblioteca, presidio di resistenza umana. Una fucina di dialetti, storie, risate, discussioni, aneddoti, sapori.
Un’insalata russa di umanità, un fritto misto di racconti, una macedonia esotica di incontri impossibili.
Quarant’anni di vita, di rugby e di magia
Per quarant’anni, da quel seminterrato passano giocatori da tutta Italia. E a volte il destino ci mette lo zampino: un giorno entra Eddy Merckx, una sera appare Diego Abatantuono, e persino qualche All Black decide di scendere quelle scale scricchiolanti per vivere il terzo tempo più famoso d’Italia.
Si mangia, si beve, si guardano la Coppa del Mondo e il TriNations, si ascoltano Miles Davis e Fabio Treves. E soprattutto si celebra un rugby che non è solo sport: è religione, filosofia, missione, alibi, identità, eredità.
Il libro
Rugby Underground non racconta soltanto un luogo: racconta uno spirito. Quello di un’epoca, di una Milano che non c’è più, di un’umanità che oggi sembra rara e preziosa.
È un libro che profuma di vita vera, di complicità, di amicizia, di sport inteso come fratellanza e come necessità.
È un viaggio nel cuore di un terzo tempo che, per chi lo ha vissuto, non è mai davvero finito.
📘 BOX AUTORE — Marco Pastonesi
Marco Pastonesi (Genova, 1954) è una delle voci più autorevoli del giornalismo sportivo italiano. Ex ciclista ed ex giocatore di rugby in serie A e B, ha trasformato la sua esperienza diretta nello sport in un linguaggio narrativo unico, capace di unire competenza, poesia e profondità umana.
Per oltre vent’anni è stato una firma di riferimento de La Gazzetta dello Sport, seguendo da vicino grandi eventi internazionali come Giro d’Italia, Tour de France, Mondiali, Olimpiadi e le principali sfide del rugby mondiale.
La sua scrittura racconta lo sport attraverso le persone, le loro fragilità, i sacrifici, le passioni, rendendo ogni cronaca un racconto di umanità.
Autore prolifico, ha pubblicato numerosi libri dedicati al ciclismo e al rugby, spesso considerati testi imprescindibili per gli appassionati. Ha ricevuto diversi premi giornalistici e letterari, conferma del suo talento nel trasformare lo sport in letteratura.
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