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OLTRE LA META – Il rugby che educa EP.1

ALBERT IXUL -
Novembre 3, 2026
news

Episodio 1 – Non chiedergli quanti punti ha fatto. Chiedigli se si è divertito.

Una partita finisce, i bambini escono dal campo e i genitori li aspettano a bordo campo. La prima domanda, spesso, è sempre la stessa: «Com’è andata? Avete vinto?». Ma forse dovremmo imparare a chiedere qualcosa di diverso.

La partita è finita. Il bambino arriva verso mamma e papà, magari con il fango sulle ginocchia, i capelli spettinati, il fiatone e un sorriso enorme. Oppure con qualche lacrima perché un’azione non è riuscita, una meta è sfumata o la squadra ha perso.

E noi genitori? Spesso abbiamo già pronte le domande: «Quante mete hai fatto?», «Avete vinto?», «Perché non hai passato la palla?», «Potevi fare meglio!».

Sono domande che nascono dall’interesse, dall’affetto e dal desiderio di vedere i nostri figli migliorare. Ma siamo sicuri che siano davvero le domande più importanti?

Proviamo, per una volta, a cambiare prospettiva.

Chiediamogli: «Ti sei divertito?», «Hai fatto nuove amicizie?», «C’è stata un’azione che ti è piaciuta particolarmente?», «Ti sei sentito parte della squadra?».

Perché quando parliamo di rugby giovanile dobbiamo ricordarci una cosa fondamentale: i bambini non scendono in campo per soddisfare le aspettative degli adulti. Scendono in campo per giocare, correre, sperimentare, sbagliare, ridere e, soprattutto, divertirsi.

La meta segnata è certamente una bella soddisfazione, ma non è l’unico risultato che conta. C’è il bambino che ha trovato il coraggio di affrontare un avversario, quello che per la prima volta ha passato il pallone a un compagno, quello che ha aiutato un amico a rialzarsi dopo una caduta. Ci sono progressi che non finiscono sul tabellone del punteggio, ma che valgono moltissimo.

Il rugby insegna proprio questo: si vince e si perde insieme, si impara a fidarsi dei compagni, a rispettare gli avversari e a non arrendersi davanti alle difficoltà. Sono lezioni che non sempre si vedono durante una partita, ma che accompagnano i ragazzi nella loro crescita.

E poi c’è un aspetto che riguarda direttamente noi genitori: le nostre aspettative.

A volte, senza rendercene conto, trasferiamo sui figli il desiderio di vederli primeggiare. Ci entusiasmiamo per una meta, ci dispiacciamo per una sconfitta, analizziamo gli errori e confrontiamo le loro prestazioni con quelle degli altri bambini.

Ma attenzione: il rischio è quello di trasformare un momento di divertimento in un esame da superare.

Un bambino deve poter tornare a casa dopo una partita sapendo che mamma e papà sono orgogliosi di lui, indipendentemente dal risultato. Deve sentirsi libero di sbagliare, di non essere il più veloce, di non segnare nemmeno una meta. Deve sapere che il suo valore non dipende da quanti punti ha realizzato.

Gli allenatori hanno il compito di insegnare, correggere e accompagnare la crescita sportiva. Noi genitori abbiamo un altro ruolo, altrettanto importante: sostenere, incoraggiare e lasciare che i bambini vivano il loro percorso.

La prossima volta che vostro figlio uscirà dal campo, provate a mettere da parte il risultato. Guardatelo negli occhi, sorridetegli e chiedetegli semplicemente: «Ti sei divertito?».

Perché magari non avrà segnato neanche una meta, ma avrà imparato a collaborare, avrà superato una paura, avrà conosciuto un nuovo amico o avrà scoperto di essere capace di fare qualcosa che fino a ieri gli sembrava impossibile.

E questa, per noi, è una vittoria che vale molto più di qualsiasi punteggio.

Perché il rugby non serve soltanto a insegnare a fare mete. Serve a crescere. E il nostro compito è fare in modo che i bambini non perdano mai la voglia di giocare.


Oltre la meta – Il rugby che educa

Una rubrica di Alessandria Rugby dedicata a mamme, papà e a tutti coloro che accompagnano i bambini nel loro percorso sportivo. Perché dietro ogni piccolo rugbista c’è una grande storia di crescita, dentro e fuori dal campo.

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